Rocco Rosignoli: “Il mio primo approccio a Cohen avvenne in maniera piuttosto curiosa”

Rocco Rosignoli: "Il mio primo approccio a Cohen avvenne in maniera piuttosto curiosa", l'intervista di Bellacanzone.

Disponibile sui digital stores e in copia fisica MUSICA STRANIERA Le canzoni di Leonard Cohen, il nuovo album del cantautore parmigiano Rocco Rosignoli.

In occasione dell’uscita del suo saggio L’arte di Leonard Cohen tra storia, musica ed ebraismo, pubblicato da Mimesis Edizioni, il cantautore Rocco Rosignoli ha deciso di pubblicare un album di traduzioni di Leonard Cohen. L’ha intitolato Musica Straniera, sulla falsariga del titolo che Cohen stesso diede alla propria antologia da lui stesso curata, Stranger Music. Rosignoli ha scelto tredici brani del grande cantautore canadese, che vanno dalla famosissima Hallelujah alle perle più nascoste come The gipsy’s wife o Night comes on, le ha tradotte in italiano e le ha riarrangiate e registrate. Nell’album che ne è sortito ha usato tutti i suoi strumenti, dalla chitarra al violino, passando per il basso, l’oud, le tastiere, cercando di rendere l’atmosfera delle canzoni originali ma restituendola alla propria dimensione di cantautore. Ad aiutarlo in questo difficile compito c’è l’apporto di Miriam Camerini alle voci femminili, e dell’ormai inseparabile Vince Robivecchi alla batteria.

Intervista

Quale è stato il tuo primo approccio con le opere di Leonard Cohen e come nasce l’idea di “Musica Straniera”?

Il mio primo approccio a Cohen avvenne in maniera piuttosto curiosa. Erano gli anni ’90, e io mi ero abbonato al giornalino gratuito collegato all’agenda Smemoranda, che si chiamava “Smemoranda brothers and sisters”. Era un giornaletto ben fatto, che trattava di temi giovanili con un approccio decisamente meno scemo rispetto, per dire, a Italia 1. Era di orientamento sinistroide, pubblicava articoli di attualità e di cultura, soprattutto direi controcultura. E lì, per la prima volta, vidi affacciarsi da un trafiletto la faccia di Leonard Cohen. Purtroppo non ho più quelle riviste, e non ricordo cosa ci fosse scritto in quel trafiletto, ma so che mi incuriosì e che pochi giorni dopo avevo già comprato il “More best of Leonard Cohen”, una bella raccolta che conteneva alcune tra le cose migliori degli anni ’80-’90. All’epoca internet non era ovunque come oggi, e procurarsi informazioni era più difficile. Di Cohen si sapeva pochissimo, e anche questo mistero intorno alla sua figura ne accresceva il fascino. Si diceva che si fosse rinchiuso in un monastero e che non aveva intenzione di uscire da quell’isolamento. Leggende, ma con un fondo di verità. Fu quindi una grande sorpresa quando, nel 2001, fece la sua rentrèe con l’album “Ten new songs”.

Quali sono gli album che hanno segnato e determinato il tuo gusto e stile musicale?

Tra gli album di Leonard Cohen metterei senz’altro al primo posto “Songs of Leonard Cohen”, il suo primo disco del 1967, un capolavoro assoluto. Ma naturalmente non c’è solo Leonard Cohen: per me è stato importantissimo Francesco Guccini, che trovo il più grande autore di canzoni che abbiamo; poi c’è sicuramente Fausto Amodei, un rarissimo esempio di coerenza poetica nella canzone politica; c’è Max Manfredi, vero e proprio genio della canzone; e Gian Piero Alloisio, che è sì un cantautore, ma lavora soprattutto in ambito teatrale: i suoi album sono pochissimi, e davvero illuminanti. E poi Bob Dylan, Nick Cave, Jacques Brel, Angelo Branduardi, Fabrizio De André, gli Alan Parsons Project, i Led Zeppelin, Meir Ariel, Beethoven, Bach, Mauro Palmas, Riccardo Tesi, Anne Lister, Robin Laing… ho cercato di rubare da tutti questi artisti qualcosa che potesse rendere migliore quel che, nel mio piccolo, porto al pubblico.?

Quale è il tuo rapporto con i social e quanto credi sia importante saperli utilizzare per promuovere la propria arte?

Al giorno d’oggi è fondamentale. Se non sei sui social non esisti. Se non li usi, o li usi male, è un suicidio. Col crollo del mercato discografico gli intermediari tra pubblico e artisti sono andati via via assottigliandosi, e poi spariti. Oggi se fai musica il rapporto con chi ti segue deve essere diretto, e non puoi raggiungere tutti con una stretta di mano – sarebbe bello, ma non è così. I social offrono una grande opportunità. Certo, dieci anni fa potevi ottenere grandi risultati anche a costo zero; ma anche quello dei social è un mondo in continua evoluzione, e oggi ottenere quegli stessi risultati è sempre più difficile. Ma per chi negli anni ha saputo crearsi un seguito, sia social che reale, rimane il modo più comodo per restare in contatto con esso.

Dopo l’album “Musica Straniera”, come continuerai a stupire i tuoi ascoltatori?

Non l’ho ancora deciso, ma credo che, dopo “Canti Rossi” del 2020, dove interpretavo canti di matrice politica, e dopo questo album di traduzioni da Leonard Cohen, il prossimo disco dovrà essere di canzoni mie – l’ultimo, “Tutto si dimentica”, risale al 2019. So invece quale sarà il prossimo libro, di cui sto scrivendo l’ultima parte: sarà un saggio dedicato a Francesco Guccini.

Un consiglio che senti di dare ai più giovani che vogliono intraprendere la carriera musicale??

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Io non mi sento di dare consigli a nessuno. Credo solo che debbano sapere che la strada è tutta in salita, e che il mito del successo oggi più che mai è un miraggio con poche prospettive di diventare realtà. Non zero, ma poche sì. Questo è un mestiere che bisogna fare a prescindere dalle possibilità di guadagno – quelle, se ci saranno, ben vengano; ma il musicista lo fai quando senti che suonando stai occupando esattamente il tuo posto nel mondo, quando rinunciare alla musica per fare qualsiasi altra cosa ti rende infelice. È come quando ti innamori la prima volta, e dura per sempre.