Vasco Barbieri: “La musica è stata un porto in cui attraccare e da cui ripartire”

“A LITTLE BIT OF PRESENT” è scritto e composto da Vasco Barbieri, prodotto da Sibilla Barbieri per Maqueta Records con la Direzione Artistica di Fernando Alba, arrangiato e mixato da Francesco Santalucia e masterizzato da Emanuele Bossi. Ecco l'intervista di Bellacanzone a Vasco Barbieri!

Da  venerdì 13 settembre 2019 è in radio e disponibile sulle piattaforme di streaming e digital download “A LITTLE BIT OF PRESENT” (Maqueta Records / distribuzione Artist First), il nuovo singolo del cantautore romano Vasco Barbieri. Ecco la nostra intervista!

Vasco Barbieri come si avvicina al mondo della musica?
All’inizio consideravo il mondo della musica come lo spazio in cui poter esprimere ciò che le parole non bastavano per descrivere. Era il mio rifugio, quell’angolo tutto mio in cui potevo osare quello che volevo e ogni volta essere qualcuno di diverso. La musica mi consentiva di allargare esorbitantemente i miei orizzonti facendomi scoprire aspetti di me che mai avrei immaginato, e che mi sono stati indispensabili per scoprirmi molto più affine agli altri di quello che pensassi. Se, infatti, all’inizio la musica mi ha permesso di entrare in contatto con me stesso, poi è diventata un raffinato strumento per entrare in empatia con gli altri, per sintonizzarci. Allora è diventata come un pennello, una tela e i colori con cui disegnare il mondo che percepivo e condividerlo con le persone che passavano accanto al mio pianoforte. In questo senso la musica è stata come un porto in cui attraccare e da cui ripartire, magari insieme ad altri cercatori, verso nuovi orizzonti.

Quanto ti ha cambiato il trauma avuto e quanto ti ha influenzato e ti influenza ancora nella produzione musicale?
Non posso fare un confronto, non ho memoria dei miei primi sette anni di vita. Posso però dirti che uomo sono e raccontarti cosa credo mi abbia lasciato quel trauma. Penso che un’assenza prolungata, anche se momentanea, segni chiunque notevolmente. Immagino che un coma sia come rimanere molto a lungo con la testa sotto l’acqua e dopo un po’ riprendere il respiro. L’aria che improvvisamente ti rientra nei polmoni, le luci forti che ti abbagliano, la pressione alle tempie che scompare. Ti rimane addosso una sensazione di liberazione e, forse, anche di felicità improvvisa. Certo, però, ci metti un po’ a distinguere le forme, a stabilizzare il battito e ti rallenta in generale. Credo che il trauma abbia, in questo senso, agito sulla mia percezione del tempo. Allora ho avuto bisogno della musica, perché mi ha permesso di riprendere il ritmo, di dilatare e significare i momenti della mia vita. Mi ha concesso di diventare il mio tempo.

Quali sono le tue influenze musicali e gli artisti che hanno caratterizzato maggiormente la tua crescita musicale?
Le mattine in Ohio, quando da bambino i miei genitori decisero di mandarmi a studiare musica, mio padre mi accompagnava a scuola in macchina mettendo sempre i cd dei Commodores, di Phil Collins e di Peter Gabriel. Alle elementari le canzoni della Walt Disney, di Elton John, di Celine Dion, di Michael Jackson, influenzarono sicuramente le mie prime esperienze. Crescendo, il minimalismo di Philip Glass, Wim Mertens, Keith Jarret ed Erik Satie m’influenzarono, facendomi rendere conto che un uso strategico degli essenziali della teoria, attraverso la ripetizione, potevano condurre molto lontano e molto in profondità. Poi c’è stata l’adolescenza, Pink Floyd, Queen, Metallica, The Doors e Led Zeppelin mi hanno aiutato a rompere quel guscio di teorie prestabilite in cui pensavo di potermi difendere. Tutto il resto, più o meno, lo considero pop, ossia un derivato dei miei primi ascolti. Sebbene spesso mi piaccia ancora spaziare con la New Age California, con musicisti tipo Michael Jones, David Lanz, e tutte quelle composizioni che mi permettono di immergermi in scenari metafisici o elementari. Di recente sto scoprendo anche Jon Hopkins, le sperimentazioni di Jacob Collier e ricominciando ad ascoltare la musica Classica.

Come nasce il brano A little bit of present sia dal punto di vista musicale, sia per il testo?
All’università di Filosofia mi piaceva sperimentare i limiti della razionalità, scoprire fino a dove avrei potuto inoltrarmi prima di perdermi. Spesso, perciò, rimanevo perso da solo sospeso fra i miei pensieri e le mie congetture. Quando poi mi sono finalmente laureato ho avuto una sorta di contraccolpo: la vita reale, quella del mondo del lavoro, non mi permetteva più di rimanere con la testa per aria. Quindi ho avuto un senso di discrasia mentre cercavo di capire il mio ruolo, cioè, da una parte sarei voluto rimanere quella piuma filosofica che sfiorava la realtà e poi proseguiva, mentre dall’altra m’incuriosiva rimettere i piedi per terra, sviluppare le mie radici e diventare albero. Mentre perciò la mia mente era impegnata a capire che uomo sarei diventato se avessi fatto quei diversi lavori proposti sul giornale, le mie mani iniziarono a tamburellare sul pianoforte quel motivetto che poi è diventato A little bit of present, che mi diceva di non avere paura, di rinunciare a quella contrapposizione fra passato e futuro e di accettare di essere il mio presente. È grazie a questa canzone che ho preso coraggio ed accettato di fare l’unica cosa che non avrei potuto non fare, suonare, e investire le mie energie per raggiungere tutti con questa mia passione. Perché ho capito che un albero può essere disegnato non solo a partire dalle radici, ma anche dalle foglie, dai suoi fiori, ma in un contesto, in un giardino già esistente, quello del mercato musicale. Allora ho tenuto duro e da questo presente ho iniziato a lavorare sul mio primo Album.

Parliamo del blog Il pianoforte intuitivo: come nasce l’idea di questo portale?
L’idea di questo portale mi è venuta per condividere con gli altri la mia passione per la musica e raccontare come questa mi avesse realmente salvato la vita. Andando avanti ho poi scoperto che la musica da sempre era stata utilizzata come terapia e come cura, allora ho voluto approfondire e raccontare che cos’è il suono, perché nell’arco della storia la musica è diventata quella che è diventata e in che modo può e conviene utilizzarla. Quindi che cos’è la teoria musicale, i pezzi di cui è composta, i ruoli delle note, i loro rapporti con la salute, la meditazione e la scoperta di se stessi. Mi sono perciò sentito di definirlo un blog di Musicoterapia perché dà gli strumenti per rientrare in sintonia con il mondo e le proprie passioni, perché consente di utilizzare la musica come medium fra il proprio inconscio e la propria razionalità. Aggiornerei questo blog ogni giorno ma, così come le ricerche di Alfred Tomatis, Oliver Sacks, Antonio Damasio e Masaru Emoto mi sono servite per sviluppare questa mia ricerca, così io vorrei riuscire ad essere evocativo e sintetico come loro. L’obiettivo di questo blog, che vuole rimanere open source perché mi piace condividere le scoperte con altri appassionati, è ovviamente un libro. Speriamo di riuscire ad unire le forze.

Cosa consigli a chi si vuole avvicinare al mondo della musica, ma ha timore di qualcosa?
Credo che la paura più profonda quando ci si vuole totalmente investire nella musica sia la stessa che prende ad ogni musicista all’inizio della sua carriera, ovvero “come si fa a campare di musica!?”. Allora invito a farsi la seconda domanda importantissima per ogni artista: “come faccio a vivere senza musica?!”. Vedi, di periodi duri ce ne sono sempre, o forse ogni momento è impegnativo a suo modo, ma quando la fiamma della passione è alimentata nel modo giusto, non c’è limite che presto o tardi non si consumi. Quindi io consiglio di fare i conti con la realtà in cui ci si trova, con le sue possibilità e i suoi bisogni, ed allora trovare il modo di far diventare la propria passione un contributo indispensabile con cui collaborare per condivivere la realtà… perché ognuno ha paura di ciò che non conosce, ma se non impara un po’ ad affidarsi, senza un po’ di sana adrenalina, che gusto c’è!?

PH. Ufficio Stampa – Simone Impei